Archivio giornaliero 24 Febbraio 2022

DiMagnus

Dal dopoguerra agli anni ’70

La fine della prima metà del XX secolo, caratterizzata da due terribili guerre mondiali, ha portato con sé un vento di cambiamento la cui eco è durata per molti decenni. A colpire è la risposta dei giovani, che finalmente diventano consapevoli della propria importanza nelle dinamiche della società: inorriditi dal terrore delle guerre, stanchi del moralismo degli adulti, richiedono di essere ascoltati per un futuro migliore.

Il Monterey Pop Festival

I tempi sono ormai maturi per organizzare il primo festival rock della storia, il Monterey Pop Festival: per 3 giorni, dal 16 al 18 giugno, oltre 200.000 persone assistono ai concerti di Jimi Hendrix e degli Who e al debutto di una giovanissima Janis Joplin. Ma per toccare l’apice bisognerà attendere ancora un po’…

Il festival di Woodstock

Tra il 15 e il 17 agosto del 1969, nella cittadina di Bethel, negli USA, quasi mezzo milione di ragazzi si raduna per assistere al festival di Woodstock, che rimarrà indelebile nella memoria collettiva.

Durante quei giorni, nel fango, sotto la pioggia, la magia ha pervaso una folla in estasi che ha potuto assistere ad alcuni dei concerti dal vivo più belli mai tenutisi nella storia dell’intrattenimento moderno: Jimi Hendrix, Santana, Joe Cocker, Joan Baez, Grateful Dead.

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La nascita dei festival

Il pensiero di una miriade di gente raccolta gomito a gomito di fronte ai musicisti più amati non ci crea nessuno stupore, eppure quando e dove è nato quello che da un po’ di tempo chiamiamo festival?

L’antica Grecia

Una delle caratteristiche principali dei festival, per come li conosciamo oggi, riguarda l’organizzazione di eventi che richiamano una folla di persone desiderosa di assistere a uno spettacolo unico. Ci può sembrare una prassi del tutto moderna, eppure, come in tanti altri campi, le sue origini risalgono all’antichità, e precisamente al tempo dei Greci di Pericle e Socrate.

Sì, perché è nel Peloponneso che abbiamo trovato le prime forme di evento collettivo assimilabili a un festival vero e proprio: i greci dell’epoca usavano infatti radunarsi periodicamente per le competizioni sportive – pensiamo alle Olimpiadi – e, in quelle occasioni, accompagnavano il tutto con spettacoli ed esibizioni musicali, balli e danze, vino e birra.

Certo qualcuno potrà sottolineare che una cosa i greci sicuramente non potevano averla, vale a dire il rock, ma siamo certi che avessero le loro “rock star” preferite, i propri beniamini, gli artisti più in voga che con le loro composizioni facevano proseliti. In fondo non c’è da stupirsi: buona parte della nostra cultura occidentale deriva da quella ellenica, soprattutto in campo artistico.

Per arrivare alla forma di festival che conosciamo, occorre fare un salto cronologico di ben due millenni: è nel XX secolo che la musica torna a essere un elemento davvero aggregante col potere di radunare migliaia, a volte milioni di persone.

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Dalla Summer of love al declino

La protesta che si alza in coro alla fine degli anni ’60 è così forte da risuonare nell’aria attraverso la musica: tra quei giovani ci sono ragazzi che imbracciano le chitarre, si vestono come “figli dei fiori” e iniziano a comporre le loro canzoni attingendo dai temi di attualità.

Così assistiamo alla nascita della musica popolare (che poi chiameremo “pop”, a volte anche in senso dispregiativo), all’ascesa del blues che si avvicina sempre più alle masse sino a mutare pelle, a farsi canzone di protesta, rock’n’roll, Elvis Presley, Jimi Hendrix.

Il rock diventa pop

Dagli anni ’80 in poi il rock ha perso la sua energia vitale perché la cultura dalla quale era nato ha cominciato a muoversi in un’altra direzione. L’avvento di una società sempre più dominata dai media – la televisione in primis – e da una sorta di restaurazione dell’ordine prestabilito, compiuta da personaggi come Ronald Reagan alla presidenza degli USA, cambiano i giovani e con essi le loro esigenze.

Gli hippie sono invecchiati, le nuove voci cantano senza impegno politico: così il rock si trasforma in pop, mentre la protesta si fa disagio interiore che sfocia anche in atteggiamenti nichilistici, che verranno incarnati dalla tormentata figura di Kurt Cobain.

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Il mondo è dei giovani

In poco più di un decennio, dall’inizio degli anni ’50 alla metà degli anni ’60, il fervore culturale animato dai giovani che si sviluppa soprattutto negli USA e in Inghilterra accende il mondo come una vampata: i movimenti studenteschi si moltiplicano e conquistano le prime pagine dei giornali, le proteste contro la guerra in Vietnam si fanno più dure e violente, la libertà sessuale diventa un vero e proprio manifesto.

I musicisti, che sono tra quei ragazzi, nel frattempo si fanno portavoce dei disagi di questa controcultura, attingendo da generi diversi per distillare un linguaggio proprio.

La summer of love

È così che nel 1967 si arriva alla famosa “summer of love”, un’estate di estasi durante la quale migliaia di giovani si radunano a San Francisco per urlare le loro esigenze di amore, pace e libertà.

Questo nuovo modo di stare assieme ed esprimersi non è mai stato così potente e aggregante come in quel magico anno, il cui manifesto è ben riassunto da Scott McKenzie nel suo celebre brano “San Francisco”, dove canta: ”Se andrai a San Francisco, metti dei fiori tra i capelli, lì incontrerai persone gentili”.

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La fine dell’epoca d’oro

Se la metà degli anni ’70 coincide con l’epoca d’oro del rock, la fine del decennio segna l’inizio della sua parabola discendente. Le trasformazioni sociali e culturali hanno nel frattempo cambiato i giovani, e le nuove generazioni sognano un mondo diverso e lottano in modo differente.

Così si spiegano in parte la nascita del punk, un genere reso famoso da Clash, Ramones e Sex Pistols, e dell’heavy metal, le cui band di punta sono Deep Purple, AC/DC, Europe, Iron Maiden, Motörhead, Kiss, Scorpions…

L’eredità del glam rock

Il boom economico degli anni ’80 segna l’esplosione del consumismo come unico modello culturale possibile, mentre l’importanza della televisione diviene sempre più centrale: è in questo periodo che nasce MTV, la nota emittente televisiva che condiziona il presente e influenza il futuro dell’industria discografica.

È un’epoca controversa: da un lato a prevalere sono ancora gli aspetti eccentrici ed edonisti del glam rock, nato pochi anni prima e incarnati dalla figura androgina di David Bowie, dalla potenza vocale di Freddie Mercury con i suoi Queen, dal fascino di Marc Bolan con i T-Rex. Le sonorità dominanti mettono da parte le chitarre elettriche, sostituite dalle tastiere e da suoni molto più elettronici.

Metal, new wave & Co.

C’è anche il rovescio della medaglia: crescono e si affermano infatti atteggiamenti cupi e distruttivi, a volte satanici, come nel caso di death metal e black metal, spinti dal successo di band più “leggere” come i Metallica; o i testi nichilisti e malinconici, in special modo nell’ambito del post-punk, del dark e della new wave; Cure, Joy Division, Smiths, Talking Heads e altri gruppi nati in questi anni raccontano di depressione, autolesionismo, rassegnazione, portando in musica i disagi di una generazione che si sente spaesata di fronte a un mondo che sembra plastificarsi.

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Dagli anni ’60 al progressive

Negli anni ’60 il rock si prende ufficialmente la scena: milioni di giovani ballano e si divertono al suo ritmo, mentre i primi cantautori folk incarnano le inquietudini di una generazione che vuole rompere col turbolento passato dei padri. Tra questi si alzano le voci di Bob Dylan e Simon & Garfunkel negli Stati Uniti, dei Beatles e i Rolling Stones in Inghilterra. La loro è una musica che inizia ad assumere una forma urlata, con chitarre distorte che disorientano e provocano sensazioni rabbiose, a volte deludendo i fan della prima ora.

Le chitarre elettriche

Il primo a sconvolgere è Bob Dylan: apprezzato per le sue ballad acustiche, stimato per l’impegno politico e sociale dei suoi testi, il cantautore americano si esibisce per la prima volta utilizzando le chitarre elettriche. I suoi ammiratori sono sconcertati, la stampa lo demolisce. Ma la rivoluzione è già in atto e non può essere fermata.

Mentre, sempre negli USA, anche Simon & Garfunkel approcciano le chitarre elettriche trasformando la loro celebre “The Sound of silence”, in Gran Bretagna i Beatles si dichiarano “più famosi di Gesù”, scatenando le ire dell’opinione pubblica, e i Rolling Stones diventano i cattivi ragazzi del rock.

La psichedelia

La fine degli anni ’60 segna anche la nascita del movimento psichedelico, influenzato dal massiccio uso di droghe psicotiche come l’LSD. Esplorando i confini della mente, la musica si fa più evasiva e distaccata dalla realtà, a volte oscura e teatrale, come nel caso dei Doors di Jim Morrison, altre volte più lisergica e concettuale, come per i Pink Floyd guidati da Syd Barrett. Ma questi sono anche gli anni del rock bianco che attinge dal blues nero, incarnato soprattutto da band esplosive come i Led Zeppelin e i Black Sabbath.

Il cambio di decade porta ulteriore rinnovamento a una scena che ormai consta di tantissimi artisti dalle più svariate influenze: il rock torna a farsi sofisticato e barocco sotto forma del progressive, un genere che viene reso celebre da Van der Graaf Generator, King Crimson, Gentle Giant, Genesis, Jethro Thull e altri ancora. A livello stilistico, si notano un massiccio uso di strumenti insoliti per il genere, come le tastiere, il flauto, il sax, il clarinetto e il contrabbasso.

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La nascita del rock & roll

Il genere che conosciamo col nome di rock & roll muove i primi passi negli USA a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 del XX secolo, in una forma che sintetizza il country, il folk e rhythm & blues.

Il primo esponente a raggiungere una certa fama è Chuck Berry, il quale registra per la prima volta canzoni che ha composto da solo e che hanno per protagonista la chitarra, sino ad allora solo uno strumento di accompagnamento. Le sue composizioni scuotono le famiglie americane, soprattutto bianche, ma essendo un nero, la sua fama non decollerà.

Nel frattempo il rock & roll inizia ad assumere i connotati della sua anima più selvaggia, incarnata nella fattispecie dalla figura di Little Richard, il primo vero rocker della storia: suona truccandosi e scatena la sua foga sul palco vestito in modo eccentrico.

Elvis Presley

Per i tempi che corrono, dove la popolazione nera vive ancora ai margini, al rock occorre una figura più famigliare e rassicurante, anche costruita a tavolino: è così che irrompe sulla scena Elvis Presley, un bianco che canta e si muove come un nero. Elvis può essere considerato a tutti gli effetti la prima star che incarna tutti gli stereotipi del rocker: ciuffo impomatato, giubbotto di pelle nera, lunghe basette e ammiccamenti sensuali.

Migliaia di ragazzi sono sconvolti dalle sue prime apparizioni televisive: in poco tempo Elvis diventa simbolo della ribellione giovanile e anche icona da spremere a fini commerciali. Tristemente celebre è la sua discesa verso gli inferi, con un collasso fisico e mentale che lo porterà a una morte prematura.

Buddy Holly

A prescindere dalla sua mesta fine, Elvis diede lo scossone definitivo alle porte socchiuse verso la vera rivoluzione del rock & roll, quella che diventerà in breve sinonimo di liberazione dall’ormai vecchio perbenismo degli adulti. Così i testi dei nuovi musicisti si fanno più impegnati e, oltre all’amore e alla passione sentimentale, iniziano a toccare temi riguardanti la complessità della vita, le questioni razziali, i costumi sessuali. I dettami conservatori cedono il passo a una libertà senza limiti a portata di ragazzi neri e bianchi senza alcuna differenza.

La portata del cambiamento è tale che anche le donne hanno finalmente la possibilità di far sentire la propria voce, e infatti nascono le prime band al femminile. Il fiorire di nuovi gruppi porta anche all’ascesa delle etichette indipendenti, che possono dar voce ad artisti innovativi come Buddy Holly: con la faccia da bravo ragazzo, in contrapposizione all’influenza perversa e conturbante di Elvis Presley, è lui a portare il rock nelle case degli americani; ed è sempre lui a inventare il cantato con la doppia voce, di cui i Beatles faranno tesoro.